Ricordo ancora l’espressione dubbiosa sulla faccia del proprietario del laboratorio che confezionava pantaloni vicino a Mariano Comense, in Brianza, quando mi recai da lui per produrre i primi baggy Malas Jeans. Ero poco più che un ventenne, con i capelli rasati, il pizzetto, orecchino al naso e pantaloni oversize fatti dal mio sarto di fiducia… Mio padre!

Mi disse subito “figliolo per fare questi pantaloni ci vuole il doppio del tessuto rispetto ad un jeans normale”.

All’epoca non pensavo al consumo del tessuto, ma solo alla vestibilità che dovevano avere e soprattutto che dovevano essere fatti in denim, proprio come quelli che avevo visto indossati da 2Pac e Snoop Dog.

Da giovane skateboarder seguivo tutti i trend americani e quello dei baggy pants mi aveva preso così tanto da recarmi puntualmente in sartoria dai miei genitori per farmene realizzare un paio con gli scampoli di tessuti che raccimolavo in giro per la bottega. Non era facile trovare in zona i brand d’oltreoceano, qualcosa arrivava ma dovevo prendere il treno e andare a Milano per comprarli, ma spesso non trovavo la taglia, oppure vestivano talmente “oversize” che non riuscivo a indossarli neanche con la cintura.

In alternativa andavo alla Standa o al mercato a comperare dei pantaloni economici “extra large”, ma obiettivamente mancavano di stile.

Come si suol dire “la necessità aguzza l’ingegno”… Pensai così che se fossi riuscito a produrre un jeans baggy dal fit perfetto avrei potuto venderli agli amici skater e writer. Solo in seguito alla prima release dei pantaloni capii di potermi spingere fino a Milano e provare a venderli nel negozio più cool della città in quel periodo: WAG.

Fu così che nacque la mia passione per lo Streetwear, nello specifico quel tipo di abbigliamento ispirato al lifestyle losangelino, e che fonda le sue radici nello skateboarding, nella musica rap e nel punk rock americano.  I baggy jeans rappresentavano il simbolo di un movimento che lottava per autoaffermarsi e ribellarsi al sistema.

Rick Klotz, fondatore del marchio Freshjive, trovava la definizione di Streetwear per certi aspetti inadeguata a indicare con esattezza qual era il prodotto della sua società e aveva ragione: in parte perché streetwear è oggi sinonimo di un mercato internazionale multimiliardario, e dunque la parola non trasmette il dinamismo con cui si è evulto nel tempo, ma anche perché il termine è in sé troppo vago per renderne giustizia all’ampissima cerchia di marchi che lo streetwar comprende”. (cit. Jim Sims)

Da sempre esistono varie forme di streetwear, di per sé cercarne una definizione è alquanto difficile.

Per me non è moda, ma stile e più precisamente direi, lo stile della strada che nasce da fenomeni sociali differenti. Abbiamo così da un lato il surf, lo skateboard, la BMX, lo snowboard (categoria sport estremi o alternativi) ma anche il design grafico e artistico “urban” connesso al mondo dei graffiti e della street art; il punk rock, con la sua etica D.I.Y., ma anche il crossover, l’hip hop e il gangsta rap; per non dimenticare le nuove generazioni che grazie ai social network sviluppano nuove forme di streetwear guidati da un continuo mix  & match di brand e tendenze per affermarsi senza essere dei “wannabe”.

In origine lo streetwear è stato contro culturale e anticonformista nel modo di pensare, ma decisamente ultraconformista quando si è trattato di fare soldi; trae ispirazione dalla vita vissuta ma è a volte pretenzioso nella sua volontà di primeggiare sempre e comunque; ha le sue radici nelle comunità locali di quartieri poveri delle grandi metropoli, ma è stato capace di arrivare fino al più sperduto paesino di provincia e conquistare i quartieri borghesi e lussuosi, diametralmente opposti ai luoghi da cui il fenomeno è nato.

Spesso chi ama lo streetwear lo fa per il suo potere di aggregazione, supportare la propria company preferita diventa come essere membri appartenenti a una famiglia; all’apparenza il suo imitatissimo stile è quanto di più semplice e rilassato, funzionale e pratico si possa immaginare, eppure abbonda di simboli e dettagli che danno un forte senso di identità; la T-shirt, elemento base di tutto lo streeetwear, è dopotutto un’ideale tela bianca su cui esprimere liberamente le proprie skills e i propri valori, per quanto consumistici possano essere.

Queste sono le origini dello streetwear che hanno portato questa cultura o filosofia di stile ai nostri giorni: indossato dai giovani e da creativi di mezza età che con esso sono cresciuti e dalle nuove generazioni che fanno “camp out” fuori dalle boutique per accaparrarsi i capi dell’ultima capsule collection di Supreme o la nuova release delle sneakers Nike o di Adidas Yeezy.

Il bello di tutto questo è che dagli anni della cosidetta “Golden age” ai tempi nostri lo stile americano originario è stato fatto proprio e sviluppato, da giapponesi, britannici, europei e australiani, ognuno con una propria chiave di lettura.

La storia di un abbigliamento inseparabile dall’amore edonistico per l’immagine e l’affermazione sociale tramite il logo, che rappresenta la passione per i dischi in vinile, i mixtape, le sneakers, le boutique simili a gallerie d’arte e persino giocattoli disegnati da designer creativi per un mercato di adulti; uno stile contemporaneo che ama i riferimenti al passato, che guarda fuori di sé ma è anche autoreferenziale.

Questi prodotti di uso quotidiano sono in grado di muovere enormi somme di denaro provenienti dai suoi irriducibili fan.

Lo streetwear è tutto questo e continua a evolvere. Da fenomeno di nicchia degli anni ’90 si è trasformato in uno dei maggiori settori della moda mondiale, destinato ulteriormente a crescere, in quanto le nuove generazioni di designer sono cresciute grazie ad esso, vivendolo sulla propria pelle e portandolo a sfondare le barriere del mercato del lusso dove lo stile di strada giorno dopo giorno è sempre più visto come un mezzo esclusivo di espressione creativa. Possiamo affermare, citando un brano del rapper americano Notorius Big che per il futuro “Sky is the limit”.

Oggi è vero che il meglio dell’alta moda obbedisce alla teoria del “trickle up”, dal povero al ricco, secondo cui i designer interpretano lo stile street a beneficio delle grandi multinazionali o di consumatori che spesso ignorano o hanno perso ogni rapporto con le radici di tale stile.

Il numero di marchi streetwear continua a crescere come i suoi fan. Ogni settimana assistiamo al lancio o a volte alla scomparsa di un brand; media e influencer strombazzano l’ultima collaborazione o l’ultima limited edition. Lo stereotipo dello streetwear (sneakers rare e costorse, jeans larghi con il cavallo basso, felpe con cappuccio e T-shirts ampie) è diventato uno standard per masse eternamente giovani.

Tutto in antitesi con lo streetwear pioneristico.

A ripensarci tutto ciò era veramente difficile da immaginare negli anni d’oro a cavallo tra i primi ’90 e il 2000,  vista l’onnipresenza dello streetwear oggi, in quegli anni fu uno stile che ruppe gli schemi della moda, anzi era l’anti-moda per antonomasia. Serviva una nicchia e ne identificava i componenti tanto da usare la diversità come energia positiva per l’autoaffermazione in una società bigotta e borghese.

Lo streetwear prendeva i modelli del workwear e dello sportswear valorizzandone le qualità e costruendo se stesso ex novo. Così facendo, divenne un importante business e una forza culturale.

Forse è proprio questa la differenza rispetto ai movimenti che lo precedettero come i Mod, i Teddy Boys, gli Hippie, i Dark, i Rockabilly fino ai Paninari degli anni 80. Un’altra differenza sta nel fatto che lo streetwear non si è mai considerato una moda: mentre gli stili dei movimenti precedenti hanno attinto dalle riviste di moda, dai campus universitari o dai centri sociali per essere accettati in quella comunità.  Lo streetwear ha creato i suoi media, la sua musica, il suo pubblico il suo slang e generando costantemente hype su se stesso.

Lo streetwear non è moda ma di fatto, è un vero e proprio mezzo di comunicazione.